C’è un giudice in via dei Georgofili

C’è un giudice in via dei Georgofili. E il giudice – che in questo caso è l’associazione dei familiari delle vittime di quella strage mafiosa – ha deciso che l’ex pm Antonio Ingroia non sarà più l’avvocato di parte civile nel processo di Palermo sulla presunta trattativa tra stato e mafia, processo che lui stesso aveva istruito prima di buttarsi, con pessimi risultati, in politica. “Causa di forza maggiore”, ha spiegato Giovanna Maggiani Chelli, presidente dell’associazione, dopo avere accertato che deve passare almeno un anno prima che un ex magistrato possa esercitare l’attività forense nel distretto di provenienza.
2 OTT 13
Ultimo aggiornamento: 13:23 | 12 AGO 20
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C’è un giudice in via dei Georgofili. E il giudice – che in questo caso è l’associazione dei familiari delle vittime di quella strage mafiosa – ha deciso che l’ex pm Antonio Ingroia non sarà più l’avvocato di parte civile nel processo di Palermo sulla presunta trattativa tra stato e mafia, processo che lui stesso aveva istruito prima di buttarsi, con pessimi risultati, in politica. “Causa di forza maggiore”, ha spiegato Giovanna Maggiani Chelli, presidente dell’associazione, dopo avere accertato che deve passare almeno un anno prima che un ex magistrato possa esercitare l’attività forense nel distretto di provenienza. Il divieto nasce dalla legge che disciplina l’ordine degli avvocati; legge che Giovanna Maggiani Chelli, nel conferire l’incarico, poteva anche ignorare ma che l’avvocato Ingroia, ex magistrato e sedicente partigiano della Costituzione, avrebbe dovuto conoscere come le proprie tasche.
Ma tant’è. La verità è che anche questa vicenda rivela quanto sia labile il senso di Ingroia per le regole.
Perché sarebbe bastata una dose minima di buon senso e di coerenza per capire che un ritorno, da avvocato, nell’aula del “suo” processo avrebbe finito per creare una pericolosa confusione di ruoli. Invece è prevalsa la vanità. E, con la vanità, la voglia matta di riposizionarsi sul grande palcoscenico della Tratattiva per ritrovare tutto ciò che le luci della ribalta generosamente concedono: gli inviati che ti inseguono, i talk show che ti ospitano, i direttori dei giornali che ti chiedono pareri e commenti, gli editori che fanno a gara per avere un tuo libro, magari come quello in cui un pataccaro come Massimo Ciancimino, figlio del mafiosissimo Don Vito, veniva temerariamente assolto da ogni peccato e trasformato da Ingroia in “icona dell’antimafia”. Giovanna Maggiani Chelli, ritirandogli la delega, ha riportato l’ex pm nella penombra alla quale lo hanno condannato quegli elettori che, a febbraio, hanno visto in lui soltanto il simbolo del magistrato, ambizioso e spericolato, che oggi insegue il successo con la giustizia e domani con la politica.